Quante dediche non trovano spazio?Quante lettere non trovano lettore?Quante poesie non trovano destinatario?Quante parole non trovano la strada?
Sono cerchi che restano aperti.

Credo che nella vita, in un modo o in un altro, i cerchi si chiudano sempre. Per cerchi intendo le situazioni che si intrecciano ai giorni che viviamo, le occasioni, gli incontri che diventano pezzi del nostro cammino. E delle volte succede che per un motivo o un altro pare restino in bilico, pare ci lascino l’amaro in bocca, pare ci tengano col fiato sospeso per un tempo variabile, che sia questo qualche ora o qualche anno.

Succede di vivere qualcosa e quel qualcosa ad un tratto cessa di essere con noi, e se a quel qualcosa eravamo legati, ma legati davvero, non ci rassegneremo facilmente a quella perdita. Ed è in quel momento che il tratto di cammino si sgancia e diventa cerchio aperto che teniamo attorno, in mano, in testa, dentro, fino a che non arriva la risposta che aspettavamo, fino a che la situazione non si evolve per come doveva o per come riusciamo a farla evolvere.

Questo può accadere solo se teniamo stretto in mano un pezzo del cerchio, se abbiamo la tenacia o la fortuna di non lasciarlo andare. Se ci crediamo fino in fondo, se attendiamo pazienti la conclusione o il decorso naturale della cosa e nel caso in cui l’altra punta sia in mano ad un’altra persona, se lei o lui non molla.

Oppure, fino a che non smettiamo di aspettare e mettiamo la parola FINE alla cosa, che non è una fine negativa, ma solo il nostro modo di andare avanti e non pensarci più, non aspettare in un modo che rode, non lavorare di immaginazione logorante.

Una fine cosciente, voluta.

Ma se ci lasceremo prendere dallo sconforto o dall’impazienza, il pezzo di cerchio ci cadrà di mano, piomberà a terra con tonfo silente e noi lo calpesteremo per andare oltre. Quella non sarà una fine cosciente, ma rabbiosa, voluta dalla delusione, e anche se non subito, i cocci del cerchio pestato si ripresenteranno un giorno e il tonfo silente si trasformerà in uno schianto rumoroso.

I cerchi non vogliono essere chiusi in malo modo, vogliono essere saldati, punta a punta, con consapevolezza e maturità.

Dipende da noi riuscire a metterci in mezzo tra il caso ed il destino, allargare le braccia, distanziarli da noi, farci spazio lì in mezzo e crearci la nostra realtà, chiudendo tutti i cerchi ancora aperti, per evitare che con queste situazioni irrisolte addosso, possiamo perdere l’equilibrio e inciampiare.

L'unico cerchio che io voglio tenere addosso è quello della vita Il mio cammino più ampio, il mio rumore allegro.

Elisa Irene Anastasi