Premetto che non sono un’astronoma, né un’astrologa, premetto che parlo spesso con oggetti inanimati e con fiori, ma nessuno può negare che le stelle abbiano un fascino tutto loro, dentro il quale io colgo un codice, un linguaggio che mi appare universale e personalizzato al tempo stesso.

La scienza ci insegna che gli atomi di cui siamo composti, e di cui è composto tutto il pianeta Terra, si sono formati all’interno di stelle; atomi che, dopo un lunghissimo viaggio attraverso il cosmo, sono giunti fino a noi. Quindi quando Alan Sorrenti cantava “siamo figli delle stelle” non aveva proprio tutti i torti e forse è per questo che le stelle esercitano da sempre anche una fortissima attrazione su di noi.

La sera, io ho il mio appuntamento fisso e imprescindibile con gli astri, quel momento solo mio, solo nostro, in cui mi rivolgo al buio e racconto la mia giornata, il momento in cui al solo guardare quei puntini bianchi in cielo, capisco ciò che ho sbagliato nelle ore precedenti e cosa invece ho ben fatto.

Forse il semplice mettermi in ascolto di me stessa, forse il silenzio che si crea tutt’intorno, forse il ritirarmi nella grotta che io chiamo pensiero condiviso ed indiviso della notte, forse la frenesia della giornata che si arresta per andare incontro alla quiete onirica, forse il solo e soltanto volerlo fare, fa sì che io mi sieda fuori, rivolga gli occhi alla volta blu e mi rilassi, respiri e ondeggi tra le stelle.

Le stelle, da sempre oggetto di poesie, di frasi romantiche, di canzoni, hanno secoli da raccontare. Raccontano, non chiacchierando tra di loro, non hanno bisogno di parole per capirsi e farsi capire, sono distanti e sono vicine, sono un Tutto e sono uniche, sono silenziose ed assordanti, le stelle ci ricordano puntualmente quanto piccoli siamo e quanto potremmo lasciar andare serenamente molte faccende terrene, quanto potremmo affrontare le cose con più leggerezza.

A me la loro vastità fa quest’effetto. Al loro cospetto mi sento così infinitesima da farmi buttare in terra il superfluo e concentrarmi solo su ciò che, infine, reputo essenziale. Mi piace sentirmi piccola prima di affrontare l’immensità della notte, mi piace ragionare sulla giornata mentre gli occhi stellati mi puntano ed illuminano il capo, mi piace sentire il loro impercettibile sussurrio e il loro incoraggiamento.

Magari è solo una mia impressione, magari mi invento tutto con la speranza di sentirmi parte integrante e pensata dell’universo circostante, magari è solo un sogno quello che ogni sera intraprendo in balcone, chiudo gli occhi per dei minuti e crollo in un abbraccio di sonno fuorviante, ma mi piace credere che tutto sia vero e sincero, mi piace credere al linguaggio del cielo.

Mi piace credere a un mondo oltre noi, un mondo che va oltre i limiti del tangibile, un mondo che non ci chiude entro i confini del quotidiano, ma ci libera ed apre verso orizzonti inesplorati.

Elisa Irene Anastasi