Quanti Ti voglio bene risparmiati, taciuti, trattenuti, quante parole d’affetto stringiamo dentro!

Perché? Non siamo mica dei contenitori chiusi!

Facciamo respirare le parole, facciamole viaggiare, indirizziamole bene e non lasciamo che muoiano in noi.

Cerchiamo di avviare per primi la catena dell’affetto, senza timori, senza remore.

Un ti voglio bene può anche non tornarci indietro. Non dobbiamo dire parole tenere per sentircele restituire, ma farlo perché le sentiamo, perché dirle ci fa stare bene e non dirle equivale a soffocarle e soffrire con loro.

Se amiamo qualcuno e ne abbiamo paura, non dobbiamo confezionare il tutto. È nostro dovere regalare questo tutto e rispettare se l’altra parte non vuole riceverlo. L’altra parte, però, ha il diritto di sapere e dirglielo ci aiuterà ad affrontare la questione, piuttosto che lasciare che l’agitazione per un eventuale rifiuto cresca in noi.

E se l’altra parte non rifiutasse? Se aspettasse solo il nostro primo passo? Lo sapremo solo provandoci.

Il ti voglio bene percorre la sua strada. Viaggia verso la sua meta in modo preciso e attento e giunge a destinazione con bagaglio leggero e significato importante.

Dire ti voglio bene aiuta a sciogliere la tensione, aiuta a mantenere i rapporti saldi, rafforza le unioni.

Ci sono studi che dimostrano come dirlo faciliti i dialoghi interpersonali e sono studi di settore ben precisi: studi di esperienze dirette fatte da chi, come me, ha provato a lanciare il sasso del ti voglio bene eha visto aprirsi mondi di fronte.

L’esperienza personale è la più utile di tutte, soprattutto quando decidiamo di fidarci del nostro intuito e di aprire dei canali di comunicazione con gli altri.

I canali di comunicazione si trasformano spesso in fiumi di meraviglie.

Offriamoci in sincerità.

Elisa Irene Anastasi